STREGATTO

Sei entrato nel mio blog ALL MY CRACY WORKS.

Come il titolo già suggerisce, qui raccolgo tutti i miei spunti creativi cercando di condividere le mie passioni con chiunque abbia simili interessi. Lo spazio è diviso in varie sezioni.

ALL MY CRACY WORDS E' una raccolta della mia produzione letteraria che spazia dalle poesie ai racconti, dalle sceneggiature ai piccoli saggi universitari. Sotto EVE L. si trovano i capitoli della biografia che sto scrivendo.

ALL MY CRACY TOYS E' l'angolo della mia produzione di pupazzi e giocattoli interamente fatti a mano. Le realizzazioni definitive sono visibili anche nella galleria sotto la dicitura MOSTRINI.

ALL MY CRACY NOTES In esso raccolgo la mia produzione musicale di testi e spartiti. I generi che attualmente sto affrontando includono formazioni jazz, rock, etno, classica e blues. Nella stessa sezione sono compresi tutti gli articoli di critica letteraria e pagine culturali sotto la dicitura CRITICA o EVENTI.

ALL MY CRACY LOOKS Sono le pagine dedicate al cracy fashion in cui raccolgo i miei figurini, foto delle mie creazioni e di produzioni altrui davvero cool.

ALL MY CRACY FOODS E' la sezione in cui si trovano le ricette culinarie di mia invenzione. Da sperimentare con cautela!

ALL MY CRACY PLACES E' una galleria di immagini commentate dei posti più strani in cui mi imbatto girando per Roma o per il mondo.

Scegli pure quale delle sezioni fa più al caso tuo e...

BUON DIVERTIMENTO!

Primo Piano

LA PARABOLA CHASSIDICA DI KAFKA

LA LEGGE DISUMANA DELL'ESISTENZA UMANA

Non c’è bisogno che usciate dalla stanza. Restate seduti alla scrivania ad ascoltare. Non ascoltate nemmeno, aspettate semplicemente. Non aspettate nemmeno. Restate del tutto immobili e soli. Il mondo vi si offrirà liberamente. Per essere smascherato, non ha scelta. Rotolerà in estasi ai vostri piedi.

("Restate del tutto immobili e soli"- Kafka).

1. Storia di una parabola

Il senso dell'ambiguità, lo spiazzamento, la continua ricerca dell’allegoria-uomo oppresso da un potere inspiegabile. Da qui nasce il mito kafkiano. Per far percepire che il divenire non si arresta, che l’illusione è la cristallizzazione delle vicende. Che non c’è risposta nella letteratura alla domanda del mistero. Il percorso letterario è un continuo cercare nuove vie e varcare i confini stabiliti. La forza dinamica risiede nell’insofferenza per ogni chiusura della totalità concettuale di un sistema e fa emergere l’esperienza di un’intera esistenza. Si tratta del prodotto di una simbiosi, un territorio senza strade, il deserto tracciato dall’impoverirsi dell’esperienza dell’uomo contemporaneo. Una storia immersa nella quotidianità in cui s’insinuano l'orrore e l'estraneità, la frattura tra la realtà e l'assurdo. È semplicemente il termine di un percorso già in atto nella storia umana, nella psiche, nel sogno. L’unico motivo di stupore nasce nel realizzare all’improvviso come tutto possa alterarsi senza sforzo. Le vicende evidenziano l'assurdità che travolge un’intera vita. Lo stravolgimento della superficie dell'esistenza che apre i contatti col mondo dell'assurdo. Nell’onnipresente gioco di specchi (in cui la realtà si trasforma o deforma, attraendo curiosità), in cui semina tracce senza mai svelare la strada, frammenta la materialità nel tentativo di prendere distanze, l’incomunicabile risiede in una zona di metafore continuate, (di allegorie?) espressione del suo modo di collocarsi nel mondo reale. "l'esistenza precede l'essenza" (Sartre) Mentre il filologo W.Emrich registra una totale impossibilità di trovare in questo autore un senso determinato di tipo filosofico, religioso o concettuale al di sotto delle sue forme (cosicché non si dovrebbe parlare né di parabole né di allegorie, poiché queste hanno sempre un riferimento interpretativo) Abbagnano, al contrario, dimostra come ciò sia possibile collegando i valori dell’esistenzialismo con certe manifestazioni letterarie tipiche di una Vienna multiculturale, in cui più vivo era il senso della problematicità umana. L'esistenza della società-espressionistica che Kafka costantemente rappresenta, vive di una verità immediata, straniante. In questo senso il pensiero critico esistenzialista si avvicina alla teoria letteraria del marxismo (per la quale l'impegno che ci lega alla vita è la base di tutte le nostre idee). La peculiarità letteraria di Kafka è:

“espressione di ciò che l’esistenzialismo cerca di chiarire concettualmente nelle sue analisi ”: in essa l’uomo è “condannato alla libertà, in preda al carattere minaccioso e paralizzante di ogni possibilità” (Abbagnano).

Tratto fondamenta di tale “poetica” è costituito dall'intuizione di un’esperienza di libertà assoluta, che si illude di ricercare i motivi e le cause profonde dell'azione umana, conducendo ad un dogmatico assenteismo, all'immobilità. Ci si sposta in una continua ricerca, un peccato di “curiositas” alla quale non preme

“la comprensione o il rapporto genuino con la verità, ma unicamente le possibilità derivanti dall'abbandono al mondo… essa cerca di sapere, ma unicamente per poter aver saputo" (Heidegger).

La “sophòn”, di stampo euripideo, s’illude di poter arrivare alla decifrazione dell'Essere ultrasociale attraverso l'osservazione delle forme dell'Apparenza, dei fenomeni, e tuttavia si rivela insensata, perché la multiforme varietà delle cose né può essere conosciuta, né può condurre alla conoscenza di ciò che veramente è al di là delle apparenze e dà loro significato. L'uomo kafkiano, lasciato cadere dalla legge, deve passare attraverso l'inferno dell'abiezione morale e della disperazione, un percorso dantesco per arrivare a conoscere la nullità delle risorse intellettuali umane. Somatizza l’alienazione. Questo, tuttavia, non gli impedisce di continuare a pensare e a sperare nell’estetica del rifiuto sociale. L’esistenzialismo, senza nessuna forzatura ideologica, vede in essa l’angoscia, la colpa, la condanna, lo scacco finale magnificamente rappresentati. Un’acuta e assurda attesa Beckettiana.

2. Il simbolo, la metafora, l’allegoria.

Lukács definisce tale straniamento "allegoria di un trascendente nulla", allegoria come forma più consona ad esprimere la "scissione del mondo", lo "sfacelo del mondo dell'uomo" proprio delle avanguardie a testimonianza dello sfacelo della società borghese dell’epoca, nonostante il radicale realismo a cui Kafka non rinuncia mai. In essa, infatti, non rappresenta una realtà simbolica o immaginaria, ma la sua vera realtà interiore. Lo stile cui tale scelta si associa, nasce da una scissione tra forma e contenuto, da un mondo di cifre, simboli e metafore che rimandano al suo “Erlebnis” husserliano (o vissuto intenzionale). L’intento paidetico fa sì che si fermi sempre sul punto di svelarci un mistero che non si svela mai. Adorno sottolinea come Kafka faccia arte con la spazzatura della realtà e con gli “Abfallsprodukten” (scarti eliminati dalla società). La speranza è la loro più grande colpa, germe di una frustrazione a cui non possono sottrarsi. Il sistema sociale non cerca di guarire l’elemento cancerogeno, sa che non c’è guarigione. Lo elimina il più rapidamente possibile riassorbendo il contesto sociale in cui vegeta. Adorno critica il concetto di "simbolismo realistico" ascritto a Kafka, non essendovi in lui l'immediata tracimazione in un significato. Per questo preferisce parlare di una "allegoria" di cui ci è stata sottratta la chiave

"Ogni proposizione è letterale, ogni proposizione è significante".

Secondo Adorno il simbolo è l’entità linguistica che meno si adatta all’estetica di Kafka. Preferisce parlare di allegoria o, secondo la terminologia di Benjamin, di “parabola” (discorso che verrà approfondito in seguito): mira a una nuova lettura che evidenzi soprattutto la vis demolitrice che lo rende uno degli ispiratori del nuovo Surrealismo. Evitando un’analisi di seconda mano, con fini già prefissati, deviante.

“Dove - nelle lettere e nei diari di Franz - parla l'angoscia, si tratta di un'angoscia motivata: l'angoscia di un uomo gravemente malato, che già nei suoi giovani anni sa che non può guarire, che è perduto" (Max Brod )

M.Brod, (*) suo stretto conoscente, parla di simbolo, perché

"il simbolo sta contemporaneamente sui due piani, su quello che esso indica per allusione e sul piano oggettivamente reale".

Secondo tale lettura critica, i romanzi di Kafka costituirebbero un parallelo alla Divina Commedia: lo schema del bilancio delle esistenze assegna i luoghi alle anime sia in Dante che nella teologia cattolica, producendo una frattura nell'univocità ebraica di Kafka. In questo caso la sovradeterminazione divina della vita si mantiene, nel segreto. Tuttavia, essendo una favola della modernità che descrive il percorso dell’imbestialimento umano, in essa resta un’evidente partizione del genere umano tra borghese e non. Anche l’analisi esistenzialista di Camus è incentrata sul concetto di simbolo; egli indaga sulla compresenza del naturale e dello straordinario, del tragico e del quotidiano, dell'assurdo e del logico in Kafka. Le situazioni paradossali che devono affrontare tutti i personaggi rappresentano altrettante immagini della vita umana. Si confrontano i due mondi della vita quotidiana dell'inquietudine soprannaturale e tuttavia c’è una fondamentale “mancanza di meraviglia”, nucleo fondamentale di questa “poetica endogena”. I personaggi rappresentano le varie sfaccettature dell’inutile lotta per la sopravvivenza. Sono sconfitti in partenza. L’ultima speranza che resta a questi eroi-spazzatura, li obbliga a continue deviazioni che impediscono qualsiasi linearità interpretativa, nonostante la potenza di ogni frammento linguistico, ciascuno dei quali deve reggersi da sé per sostenere la presenza della fonte divina. Si espone al commento, piuttosto che all'interpretazione. In Dante i personaggi compongono un'unità, in Kafka sembrano più che soggetti, assoggettati degli eventi la cui origine è sempre sconosciuta. Le anime dell’inferno allegorico di Dante mantengono un contenuto mitico: la loro libertà è indissolubilmente connessa alla sorte che le riguarda singolarmente, mosse da una volontà esclusiva. In Kafka il mito si polverizza.

"K. esprime la tragedia per mezzo dell'elemento quotidiano e l'assurdo per mezzo di quello logico" (Camus)

Come Kafka anche Musil, Svevo e Pirandello si fanno, con la loro opera, spartiacque tra due mondi e due epoche. Il progresso scientifico e tecnologico trasmette alla loro percezione del mondo moderno, e di conseguenza anche al loro stile creativo, una diversa sensazione del tempo e dello spazio: l'individuo ha smarrito le certezze e le coordinate di sempre in una profonda crisi d'identità che lo ha indotto ad interrogarsi su se stesso e sui suoi rapporti col mondo. Tutto ciò in campo letterario ha portato ad un'estrema attenzione per quello che è il mezzo proprio dell'espressione di sé e della letteratura stessa: la parola, come mezzo d’interpretazione e comprensione del mondo, urlo di sgomento o atto di rivolta, ponte di passaggio tra l'uomo e le cose. Tutto scorre in un fiume tortuoso facendosi frattura di significati, per mezzo di una scrittura criptica tutta tesa ad occultare e rivelare, lasciando aperti insanabili dubbi. Lo stile di Kafka resta tuttavia spoglio, la sua abilità emerge a sorpresa quando tutto si fa metaletterario, condensando una intera esistenza in un racconto- tormento, in cui lo strazio di una vita grigia e la necessità di scrivere sono, insieme, un peso impossibile da reggere. Non divenne mai conforme allo stile di vita e al ritmo dettato dalla sua classe sociale.

"Io sono letteratura, nient’altro che letteratura" (K) (*) i due si conobbero sin dall’infanzia, Brod fu fra i primi a riconoscere il genio di Kafka, assumendosi il compito di rendere noto il talento dell’amico. Fu un severo critico delle sue opere. Ma quando Kafka prima di morire gli ordinò di bruciare tutto ciò che aveva scritto in vita sua, Brod riconoscendo il valore dell’eredità kafkiana si rifiutò di eseguire l’ultima volontà dell’amico e fece da tutore, per il resto della sua vita, a ciò che Franz Kafka ha lasciato al mondo.

3. L’inferno: Kafka e Baudelaire

Possibile un equivalente parallelismo con l’inferno psichico-letterario di Baudelaire. Anche in questo caso i personaggi non hanno un proprio destino, ma sono schiavi di atti ossessivamente ripetuti all’infinito, rifiuti del moderno prive di umanità, ma libere dal destino provvidenziale dantesco, da qualsiasi sfera mitica. Gli eroi decadenti fanno della figura umana un’allegoria inquietante della quale non conosciamo i riferimenti, perché sono taciuti. Desidererebbero poter desiderare la salvezza, ma non possono: sono portatori della coscienza dell'ipocrisia della virtù. Ritroviamo in questi simulacri l'origine degli atti e delle volontà, ma solo in Kafka e Baudelaire una società di responsabilità pienamente umana. Il gusto per l'orribile è strumento di coscienza e redenzione. Nella rinuncia a pensare la Beatitudine, si fornisce un giudizio sull'umano, ormai precipitato nel buio, ma gli si assegna anche una speranza inespressa. La Beatitudine, non è più formalizzabile in un Essere super partes, ma rappresenta la bellezza estetica dell’arte, un’entità salvifica. La diagnosi dell'umano non può quindi prescindere dalla discesa infernale dei personaggi in luoghi in cui la superficialità dei rapporti più stretti (erotici o familiari) descrive il fenomeno storico della reclusione esistenziale. La vicinanza porta all'aggressione.

A Kafka tuttavia rimane una forte appartenenza, quella alla comunità ebraica. Ciò provoca da un lato un ulteriore grado di straniamento (dalla comunità in quanto individuo isolato, dalla nazione in quanto ebreo, dalla lingua che non sente propria), dall'altro sorregge tutta la sua opera. La sterilità è dovuta a questo senso di inadeguatezza che si interpone tra le attività della vita (il grigiore della sua modesta vita di impiegato) e il mondo, un vuoto che non ci è dato conoscere. Né si può avanzare, perché le forze non consentono di superare la terribile pendenza della storia. In una solitaria angoscia che si specchia nella modernità, incredula. Il confronto col tempo/silenzio è un fenomeno nuovo, inquietante: superfici silenziose come quelle di un quadro cercano disperatamente di prorompere in urlo La configurazione sociale di questo schema temporale è la solitudine, o la massa muta, la sordità sociale. L'effetto di ambiguità prodotto da discorsi inafferrabili, ha un'importanza decisiva, perché crea un segreto nel silenzio, un tempo rarefatto che traspare nei segni enigmatici del delirio di un uomo cui si rifiuta di prestare ascolto. C’è una scelta complessiva di immagini crude. La massa infernale in cui il soggetto si perde e da cui si distingue è catalizzatrice di uno choc, di una coscienza disumana. E’ cosi’ che il protagonista regredisce al primitivo, all’isolamento selvaggio che è anche un ritorno alla natura, una simbiosi tra un luogo senza certezze e un intimo privato dell’esperienza. Attraverso l’allegorizzazione si da “l’immagine di un’inquietudine irrigidita”. Avulsa dai nessi della vita. Sembra a volte di rivivere lo stesso scenario, in cui i confini tra la realtà e l’immaginario sono difficili da tracciare. Forse Kafka non possiede la "fede comune" che è alla base del simbolo, ma ha a sua disposizione solo la dimensione del linguaggio, dal cui "carattere figurativo" egli attinge prendendo "in parola le parole metaforiche" facendone il senso della propria narrativa, trasformando cioè le immagini della lingua in racconto. Le sue immagini quindi non sarebbero pure invenzioni, ma estrinsecazioni di espressioni già esistenti nella lingua, nel suo senso figurato, col quale Kafka crea le sue metafore. Il metodo di Kafka consiste dunque nel sospendere, mediante uno scambio di etichette, i pregiudizi legati alle etichette e di rendere possibili in tal modo giudizi liberi da pregiudizi. Può mantenere soltanto rapporti "estraniati", giacché i rapporti con il sistema di bisogni dell'uomo sono mediati infinitamente: soltanto che l'estraniazione nella vita quotidiana viene appunto coperta dalla vuota abitudine. At¬traverso la sua tecnica dell'estraniazione, Kafka scopre l'estraniazione mascherata della vita quotidiana. Se oggi l'uomo ci appare come "inumano", non è perché egli possieda una natura "animalesca", ma perché è retrocesso a funzioni di cosa. Il "folle" intreccio compiuto da Kafka è in effetti una descrizione della realtà.

Il "mondo del dovere" ed il privato non hanno più nulla a che vedere l'uno con l'altro, ma si sovrappongono, si intersecano. Le narrazioni di Kafka sono labirintiche, ricche di immagini, di visioni, irte di segni, di cifre, di metafore e di simboli, che hanno molto da dirci sulla condizione dell'uomo contemporaneo, anzi risultano spesso anticipatrici della nostra sorte Kafka sembra utilizzare una procedura stilistica utile a spogliare gli oggetti di ogni connotazione, o commento, sentimentale o anche solo emotivo, per potere, prendendone le distanze, meglio studiarne la natura o per farli oggetto di speculazione intellettuale e/o esistenziale. L’orrore dei racconti non è legato alla ferocia dei crimini di guerra, ma semplicemente alla natura dell’uomo.

4. L’attesa “Davanti alla legge”

“Le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria “ (Nietzsche).

Nei racconti de “La metamorfosi” vive un costante decostruzionismo, attraverso cui i significati slittano continuamente in una compulsiva erranza semantica. Il senso di queste “storielle” si fa irrecuperabile, subentra il mistero di una dimensione superiore. Lo stupore. La verità, come in Baudelaire, si fa chimera: un mostro mitologico che nessuno ha mai visto ma di cui tutti temono la voracità. Le figure diventano fattori esplicitativi, ma tendono a dissolversi, seguendo il naturale decadimento dei corpi. Ogni enigma si cristallizza nell’atto meccanico di chiudere una porta. L’autore, come il poeta decadente, non ha più l’aureola, la guida ferma di una vedetta che afferra la verità nelle nebbie del reale. Prevale una logica della mercificazione, che non coinvolge solo l’etica e l’estetica, ma anche e soprattutto il prodotto linguistico. L’enigma confonde la visione. Proietta all’esterno un conflitto che è di natura interiore.

Per Benjamin l’allegoria è il luogo in cui l’uomo si riconosce mortale. C’è una netta frattura tra inconscio libidinale (proiezione interiore della necessità, quindi desiderio) e inconscio ideologico (in cui sopravvivono fino all’ultimo i punti cardine su cui ogni uomo ha bisogno di fare riferimento ), ed è attraverso essa che si rivela e viene valutato il profondo rapporto di alterità. In essa ogni comunicazione si interrompe. E si aggiunge uno sguardo esterno, una rivelazione laterale della lex-veritas. Le parabole di Kafka hanno lo stesso intento educativo della favola e la stessa missione del fantastico. Ma in esse non c’è la sanità del valore popolare-orale. I personaggi rappresentati sono per lo più immersi nel ceto borghese. In “Di fronte alla legge” si fa un’eccezione: l’umanità intera è assorta in un contadino, uno dei pochi pazzi a cui rimane il sentimento della speranza incessante. Ma l’oggetto della sua ricerca è qualcosa che esiste ed è già esistito al tempo stesso, la chiave allegorica della legge come porta invalicabile è sintomo di un modo perturbante. La sana costanza proletaria non si corrompe insieme alla decadenza corporea.

“Fa parte di questo sistema che uno sia condannato, non solo senza colpa, ma anche senza cognizione”. (K )

Tutto ciò che è materiale si fa spettrale come il guardiano stesso che impedisce il passo. Perché dunque si potrebbe ritenere fantastica questa piccola parabola? Citando Todorov, perché essa è una “presa alla lettera della metafora” dell’irraggiungibilità di una conoscenza unica. Non è un caso che le figure che campeggiano in questo frammento letterario, sono gli stessi classici ed eterni attanti delle favole per bambini. C’è il guerriero potente, guardiano di una porta. C’è un eroe con cui ci s’identifica, che deve compiere un viaggio verso la conoscenza-coscienza. C’è una porta tra la realtà e una nuova dimensione. Come in tutte le avventure fantastiche vi sono due possibili interpretazioni, di cui una coinvolge il sovrannaturale (che sia Dio o una proiezione fantasmagorica). Si apre un luogo di non realtà, di pre-esistenza, che si sostituisce alla vita virtuale che in precedenza il contadino riteneva fosse la unica vera e possibile, cioè la sua quotidiana esistenza alla ricerca del vero. Siamo alle soglie (e lì si resta fino alla fine, di fatto.) di una specie d’antesignano del nostro cinematografico Matrix. La situazione in cui ci troviamo intrappolati rivela una verità che non è “altra, ma interna a quella che da sempre riteniamo fuga dall’errore. Non si ha un’autentica possibilità di scelta, tutto si regge sullo stupore della rivelazione che è indicibilità. Evocazione di Jehovah. Il fantastico moderno è il luogo ideale della manifestazione sovrannaturale, in quanto massima concentrazione di potenzialità multiple. E’ dallo choc ricettivo che si sviluppa una nuova coscienza.

Reale non è soltanto ciò che l'uomo può conoscere e spiegare razionalmente, ma anche, e forse soprattutto, ciò che è al di là del razionale, il sogno, l'inafferrabile, il trascendente. Come in “Di fronte alla legge”, nel confronto con la realtà l'io dell'uomo contemporaneo si scinde e si perde in una crisi senza soluzione. Il mondo, nella sua duplice realtà razionale e trascendente, rimane incomprensibile al soggetto, perché egli non riesce neppure a comprendere se stesso, lo scorrere della sua esistenza, cristallizzato com'è nei suoi schemi razionali superflui. La vita, che è complessa e che si sviluppa su piani sovrapposti e contrapposti inghiotte in un sol boccone la meschina realtà personale. Ed è per questo che ogni conoscenza, ogni illuminazione ( e la legge stessa) sarà sempre irraggiungibile per l'individuo, che faticosamente riesce solo ad ancorarsi alla sua ricerca conoscitiva. E’ solo essa che da senso alla vita.

Citando Benjamin, si può ipotizzare che le uniche istanze salvifiche in Kafka, siano i condannati, portatori di una speranza di assoluzione che porta con se l’unica bellezza rintracciabile nel mondo moderno. Solo per i folli, gli inetti e gli accusati, c’è una speranza. Perché la giustizia (divina, umana o disumana) è pur sempre una ricerca, ed è nella ricerca stessa “nello studio” – dice Benjamin- che resta la salvezza. Nel gesto minimo c’è una riflessione senza fine, basta aprire una porta o chiuderne un’altra. Solo la pazienza, l’attesa concedono “la sublime quiete del divino”, l’”intellighentia” (nel senso etimologico del termine) della mente superiore che disegna il realizzarsi degli eventi. La rivelazione finale implicita nel racconto, è come un ritorno dall’oblio, che Benjamin considera istanza fondamentale dell’ebraismo, della “memoria come pietà”, attributo primo di Dio. E’ solo un’eterna ricerca, uno studio senza limiti (come quello dell’avvocato Bucefalo in “Il nuovo avvocato”) che conduce al diritto, alla porta della giustizia. Qui il mistero si fa enigma, squilibrio irreparabile. Si fa esitazione, si fa fantastico. C’è una “condanna al silenzio”, che sia coscienza, stupore, o afasia. Si tratta in ogni caso di una letteratura crudele ma catartica. Uno dei leit motive della pagina kafkiana, è l'incomprensibilità della Legge. La vicenda umana è per Kafka incomprensibile e assurda: essa è dominata certo da una legge, ma all'uomo non è dato conoscerla, da qui deriva la tragedia in cui l'uomo è immerso. Un meccanismo complesso e inesorabile schiaccia l'uomo, un meccanismo mosso da una logica che non è a misura d'uomo. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, sono esclusi per sempre da un'esistenza libera e felice, che intuiscono realizzata in un'altra dimensione del mondo, in un'altra realtà. La vicenda dell'uomo è regolata da una legge che all'uomo non è dato conoscere, dimensione di assurdo e di tragedia in cui gli uomini sono immersi., la difficoltà dello stabilire un rapporto con il mondo circostante e di trovare un senso alla vita di tutti i giorni, la consapevolezza della sua condizione di escluso, di "straniero", ma specialmente il senso di essere oggetto di una determinazione di cui ignora il fine. Comunque l'atteggiamento di Kafka di fronte a questi temi non è mai di vittima o di rassegnazione. Basta pensare proprio al protagonista di questo racconto, il quale " anche quando non può più raddrizzare il suo corpo irrigidito e non ha più molto da vivere" non rinuncia ancora a chiedere il perché della sua condizione di escluso. La vita umana è un susseguirsi di tentativi (per entrare consapevolmente in questo meccanismo) che si concludono con la disfatta: come nel "Processo" i mezzi di cui può disporre il protagonista sono piccole ruote che non ingranano con le inconoscibili ruote che costituiscono quel meccanismo; la reazione, tuttavia, non giunge mai alla rassegnazione o al vittimismo. Tutta la sua opera è una testimonianza implacabile della volontà dell'uomo di non essere sopraffatto. La tematica che è alla base di questo racconto ha una base comune con il contemporaneo “La sentenza” . In esso la ricerca della giustizia si svolge tutta internamente alla famiglia. A Georg Bendemann suo padre sostituisce un figlio elettivo, forse pura proiezione di un’alienazione comune. In esso la distanza spaziale che divide padre e figlio dalla Russia, dove il figliastro è emigrato, funge da barriera della coscienza, da filtro per gli affetti. Sembra sin troppo facilmente riconducibile ad un complesso d’Edipo. Il padre rifiuta il figlio giudicando la sua nuova unione un risvolto incestuoso del suo legame con la madre morta. Il defunto ancora una volta incombe come un sudario opprimente sulle scelte dei vivi, è un istanza trascinante, un senso di colpa rituale che porta Georg ad annegarsi. Ma è il padre qui che uccide il figlio, condannandolo. Potremmo quindi parlare di un complesso di Laio, più che altro. Il figlio che Franz è stato rinasce e si distrugge in ognuna delle sue allegoriche rappresentazioni. All’ epoca per suo padre, commerciante d’origine ebrea, salire nei ceti alti della burocrazia significava portare a termine il processo d’assimilazione, ovvero vedere la propria posizione assicurata. Franz, con la propria inettitudine, viene schiacciato come uno scarafaggio (basti considerare il contenuto del racconto “lettera al padre”, un vero e proprio monologo, un’accusa). Il destino di Kafka, come del resto quello di Svevo, era strettamente legato alle aspettative della famiglia. La "filosofica indifferenza" non gli impedì l’appartenenza "ad una terza razza". Una razza che garantiva una posizione da "outsider” "Ma se non c’è quasi nulla che mi accomuni a me stesso, e dovrei mettermi da parte in un angolo, in silenzio, essendo riconoscente di poter respirare". (K)

5. Parabola letteraria

“Kafka rinuncia alla verità ma non alla trasmissibilità” (W.Benjamin).

Il primo che parlò di "parabola" fu Benjamin . Come la Vienna di Musil, la Praga di Kafka rappresenta il polo di una cultura che attraversa i due conflitti mondiali e l'esistenzialismo del secondo dopoguerra. Da essa nasce un paradosso di tradizione e avanguardia, d'immaginazione demoniaca e di amministrazione interiore dell'incubo. La città, mai direttamente menzionata è pur sempre presente come un’oscura chiave emblematica, con le entità spettrali dei suoi abitanti nomadi che scivolano nella solitudine dei suoi vicoli labirintici. Kafka, tuttavia, trascende gran parte di questo decadentismo aggrappandosi ad un ebraismo che resta fondamentale punto di riferimento esistenziale. Una segreta forza che racconta la storia universale dell’anima. È da questo che nasce l’ironia amara della sua parabola, sintomo di un misticismo rituale secolarizzato, scandaglio delle pieghe più riposte dell'anima moderna, di quel mondo borghese in cui essa sembra smarrirsi

“fuggendo le proprie contraddizioni attraverso nuove contraddizioni, sul filo di prodigiose e orrende metamorfosi “ (Benjamin).

Egli fonda la sua parabola sullo scontro tra un ebraismo rigido sulle sue secolari forme spirituali e tuttavia fedele alle basi dello chassidismo: un ebraismo occidentale spregiudicato e scettico che risiede in una memoria che non esiste, in un mondo ostile, che richiede il silenzio e allontana il mito e le radici, in cui il processo di assimilazione borghese ha inevitabilmente distrutto ogni legame anche con la stessa comunità nella quale soltanto, per la mentalità religiosa ebraica, è possibile la salvezza. Restano solo terrificanti incubi burocratici, assurdo condizionamento di un’esistenza che già di per se subisce la crisi di un sintomatico uomo postcopenicano, non più al centro dell'universo.

“Kafka è rappresentabile in quella parabola chassidica in cui un ebreo chiede ad un altro se il messia è arrivato. L’altro, aprendo la finestra, si affaccia e vede che la piazza è vuota, nessun tripudio, nessuna folla che esulta. Si rivolge all'amico e risponde: non è ancora arrivato, continuiamo ad aspettare.”.

Egli sceglie come fondanti della sua opera il motivo della solitudine, della colpa, della diversità, della malattia, nel rapporto con la giustizia, la religione, il mistero indecifrabile dell'esistenza, l'umorismo espressionista: denuncia della pedanteria del mondo, ma come i motivi riconducibili all'ebraismo siano fondamentali per capire lo scrittore tedesco. Senza più la sicurezza cieca delle convenzioni sociali, storicamente determinate, che da sempre delimitano l’esperienza vitale, il principio di realtà e il principio di piacere si contendono i comportamenti del singolo individuo.

All’ES, degli impulsi irrazionali che i protagonisti kafkiani reprimono, si aggiunge l’IO disperato che cerca una razionalità ordinatrice (se pur anche solo estetica), ed infine il Super lO frustrato prodotto della dimensione sociale e collettiva di valori. Ed è da questo apice che il mondo onirico dei suoi racconti ci inghiotte, rivelando anche i fantasmi terribili della sua infanzia e del suo complesso edipico. Alla base di tanti incubi c’è il suo storico conflitto con il padre, borghese ebreo portatore di valori ancora radicali che è anche incarnazione di una volontà titanica contraria alla tradizione. Ma da questo odio primigenio nasce una colpa, una legge arbitraria, incomprensibile, allegoria "vuota" della insensatezza della vita nella società moderna. Nell'antropologia borghese è nell'individuo che si rispecchia questa gerarchia che lo lacera. L'esperienza dello specchio, è perturbante scotimento della sovranità interiore, unico confidente. L’informazione è alla base di un gioco di poteri detenuti attraverso il segreto, che proprio per questo è il cardine della società moderna, che non basa la circolazione dell'informazione sulla libertà ma sulla regolazione, per custodire un segreto indicibile. Altrettanto accade all'interno dell'individuo: le forze che si affrontano e si disputano la sovranità sono la coscienza, la follia, la morte, l’erranza. C’è una totale schiavitù alla giustizia umana; solo la rottura dello specchio è una libertà che costa la follia, il silenzio. «Lo scopo dell'arte non è rappresentare la realtà, bensì vanificarla, riconoscendola illusoria alla luce di una verità superiore» ( Mittner).

Secondo Mittner sarebbe inevitabile una fusione tra informazione biografica e dato sociologico. Le opere, considerate nel loro rapporto dialettico con le più generali situazioni sociali e politiche, diventano efficace strumento per spiegare l’ordine vigente anche tra le pagine di un libro. Dalle sue osservazioni lo stile letterario del nostro autore è una risultante della fusione di elementi diversi e persino opposti tra un tedesco di grazia e di eleganza, e l’estrema efficacia della originaria impronta ceca. Ha a lavorato lungo su questo tutta per costruirsi una lingua personale, originale, esatta ma che tuttavia conserva una dimensione misteriosa che sia utile ad esprimere una realtà senza ambigua e lontana dalle pretese razionali dell'uomo. E’ da qui che nasce la parabola, il messaggio universale e sempre attuale! E’ la scoperta di un mondo che è allo stesso tempo concreto e assurdo, poiché è incomprensibile, impenetrabile come la legge che lo regola

L’uomo-prototipo è affetto dai problemi del successo e da una vera e propria malattia, l'inettitudine, caratterizzato da frantumazione dell'io, dissoluzione della coscienza, mancanza d’identità, spersonalizzazione; è come lo Zelig alienano, ebreo e quindi diverso per antonomasia, insegue il miraggio di un’apparente "normalità" coincidente con l'omologazione assoluta di tutti i valori e con l'annullamento dell'individuo. Questo processo riflette una peculiarità dell'umorismo ebraico, la cui tendenza, come aveva notato Freud, è di esibire masochisticamente i caratteri negativi del "gruppo" per convertire la supposta aggressività altrui in un atteggiamento di benevola simpatia umana. L'assenza dell’assimilazione nel sociale rende squilibrato il giudizio. E’ ormai noto come il suo trascorso sia stato inoltre segnato dalla tubercolosi polmonare, motivo ispiratore fondamentale delle atmosfere cangianti della sua opera, sempre in bilico tra esistenza e non-esistenza. I personaggi di kafka più che assimilare si accomodano, divenendo dei trasformisti, plasmabili dalle circostanze e dalla malattia esistenziale, perché privi di qualsiasi piano solido cui aggrapparsi.

«Non sono la pigrizia, la cattiva volontà, la goffaggine che mi fanno fallire o non fallire in tutto… ma è l'assenza del suolo, dell'aria, della legge. Crearmi queste cose, ecco il mio compito... il compito più originale».

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