STREGATTO

PIRANDELLO E IL GIUOCO DELLE PARTI

IL VALORE DEL GIOCO

Ne “Il giuoco delle parti” (L.Pirandello)

1. Il gioco della vita

ATTO I / SCENA III LEONE ……(pausa. alzandosi ) Ah, triste cosa, caro mio, quando uno ha capito il giuoco. GUIDO che giuoco? LEONE mah….Anche questo qua...tutto il giuoco! Quello della vita...

Ne “Il giuoco delle parti” vita e teatro si mescolano esplicitando il gioco dei ruoli della vita sociale, creando su più livelli situazioni tra finzione e realtà. Leone Gala è apparentemente un passivo che subisce lo scacco dell’esistenza. Fin dal primo atto, una volta capito il gioco che gli è toccato in sorte, egli è vittima del disinganno. Contro il proprio carattere diviene impassibile, svalutando i sentimenti, cercando di vivere senza passioni. Si dimostra così un Io del tutto razionale scegliendo per sé il ruolo dell’intellettuale ironico. Alla sua razionalità meccanicistica si oppone Silia, incarnazione dell’intuito e della fisicità esasperata. I rapporti formali tendono ad escludersi a vicenda, identificandosi nei ruoli pubblici della società, specchio deformante della coscienza intima. Tuttavia Leone non tenta di sfuggire alla parte assegnatagli, come fa invece Mattia Pascal, piuttosto usa la lucida analisi come arma di difesa. Da passivo diventa cosi personaggio attivo, mettendo in scacco ogni scala gerarchica.

2. Il gioco dell’intelletto

ATTO I / SCENA III LEONE si ma ti compensa un godimento meraviglioso: il giuoco dell’intelletto, che ti chiarifica tutto il torbido dei sentimenti………………. LEONE…….Tu devi guardarti da te stesso, dal sentimento che questo caso subito suscita in te e con cui ti assalta! Immediatamente ghermirlo e vuotarlo, trarne il concetto. E allora puoi anche giocarci. LEONE .E’ come se t’arrivasse d’improvviso un uovo fresco (…).se non sei pronto a ghermirlo te ne lascerai cogliere o lo lascerai cadere…se sei pronto lo prendi, lo fori e te lo bevi (…). (il guscio) lo infilzi sul pernio del tuo spillo e ti diverti a farlo girare, te lo giuochi come una palla…poi lo schiacci tra le mani e lo butti via.

Dominare il gioco della vita vuol dire guidare il gioco dell’intelletto, sapersi difendere da se stessi e dagli altri. Significa essere pronti a cogliere gli eventi della vita (stavolta simboleggiati, non a caso, da un uovo) svuotandoli dal sentimento e riuscendo a guardarli, giocandoci dall’esterno come fossero forme vuote. Fuggire o contrapporsi alla parte equivale a lasciarsi vincere dalla vita, che di per se stessa è un gioco. Se invece ci si riesce ad astrarre, usando l’intelletto, si può giocare con gli eventi come se in realtà fossero accidenti impalpabili. L’uovo che passa di mano in mano sia fisicamente che metaforicamente, tuttavia, non è solo il simbolo del gioco della vita, ma rappresenta anche il testimone dell’azione scenica che via via gli attori-personaggi si passano. Ogni sentimento o accadimento va ridotto a puro ragionamento. Leone, che mostra massima tranquillità di fronte al pericolo, con estrema intelligenza tenta di evitare il tranello in cui Silia vuole che cada, anche se egli stesso è componente di un gioco freddo e disperato. Capito il giuoco, egli ne ride e si rivela umorista, compatendo le contraddizioni dei vari momenti della personalità umana.

ATTO II / SCENA I LEONE…sta a sentire, Venanzi: è un bellissimo giuoco, questo che la ragione fa al signor Bergson, dandogli a credere di essere detronizzata e avvilita da lui…Secondo lui la ragione può considerare solo i lati e i caratteri identici e costanti della materia…

Bergson, in particolare nel saggio “L’evoluzione creatrice”, sostenne fermamente un’originale lettura della realtà, i cui molteplici aspetti frequentemente sembrano destinati a sfuggire alla pura ragione e alla sperimentazione scientifica. L’esistenza è vista come una massa informe in continuo fluire (immagine che influenza alla radice la poetica pirandelliana) la quale può essere sondata solo attraverso l’intuizione, tramite cui la conoscenza rivela la geometricità e la ripetitività dei moduli della realtà contingente e dell’irrazionale. Tale posizione si pone, in un certo senso, in netto contrasto sia in relazione al positivismo del puro slancio vitalistico, sia nei confronti del razionalismo meccanicistico, di cui Leone Gala è manifesto rappresentante. Egli ironizza a lungo circa la posizione di Bergson, probabilmente condivisa da Filippo, affermando la secondarietà del processo intuitivo rispetto alla ratio (al gioco dell’intelletto), strumento essenziale per un filosofo, per la cui crescita il ragionamento è alimento essenziale. In realtà egli cerca, rispetto al gioco delle parti, un’astrazione, un fermo equilibrio che lo mantenga stabile nel suo pernio; l’oggetto del suo desiderio (Silia), una volta smarrito, viene sublimato attraverso la filosofia, la meditazione distolta e l’arte culinaria. [ LEONE …...per ristabilire l’equilibrio, perché tu possa sempre restare in piedi come quei buffi giocattoli che tu puoi buttar come vuoi e ti restan sempre ritti per il loro contrappeso di piombo ]

3. Il gioco dell’umorista

ATTO II /SCENA III GUIDO ma tu intendi la mia responsabilità? LEONE tutta... gravissima, lo so! Ti compiango! Ma tu devi fare la tua parte come io la mia... Il giuoco è questo.(...) e sta pur sicuro che io dal mio pernio non mi muovo, avvenga che può.

Leone smembra distaccatamente la realtà, svelando il gioco di apparenze e verità con cui è costretto a convivere. Più volte egli denuncia l’inautenticità a cui l'uomo è condannato, che rende falso ogni suo legame con la famiglia e la società a cui appartiene. Il gioco delle parti, in questo caso, rende l’uomo un attore, una marionetta nel dramma della vita, distruggendo ogni identità individuale. In quanto umorista per Leone è impossibile identificarsi nella finzione tacitamente benaccetta; non può accontentarsi dell’identità che gli viene imposta. Tuttavia, pur sentendosi imprigionato nei canoni e nelle strutture sociali, non riesce a liberarsene perché non vi può rinunciare. In ognuno dei personaggi è forte il contrasto tra quello che vorrebbe e quello che in realtà è per gli altri, tra quello che appare e quello che realmente rappresenta. Tutti indossano una maschera conforme alle aspettative altrui, fondate sulla finzione e sulla convenzione.

ATTO II /SCENA III LEONE …MI vedo e VI vedo giocare, e mi diverto.

L'individuo che rifiuta la maschera viene travolto dal gioco della vita e, in una condizione ormai alienante, finisce per "vedersi vivere". Egli non può più percorrere la vita in senso attivo, ma si lascia dominare dagli eventi, in contemplazione. Anche se la sua vorrebbe essere una ribellione, si tratta di uno slancio solo momentaneo, che non ha alternative e che riporta in ogni caso al punto di partenza. Il vero dramma nasce dall’illusione iniziale che la propria condizione possa essere condivisibile dagli altri, e che ogni parte possa rappresentare un confine facilmente valicabile. In realtà nella società l'unico modo per evitare l'isolamento è il mantenimento della maschera: quando un personaggio cerca di rompere la forma assegnatagli fin dalla nascita, o quando ha capito il gioco, inevitabilmente viene allontanato come elemento potenzialmente nocivo all’equilibrio della norma sociale. L’umorista (in questo caso Leone Gala) è colui che, giunto al sentimento del contrario, si estranea e osserva ogni particolare dall’esterno, sopraffacendo l’azione per mezzo di un’intenzionalità passiva.

4. Il gioco delle marionette

ATTO II /SCENA IV LEONE …...vivo in tal clima che posso non curarmi di niente, della morte come della vita. Figurati poi del ridicolo degli uomini e dei loro meschini giudizi. Non temere: ho capito il giuoco.

Il giuoco delle parti non ha né valenza comica né tragica, e non va letto ricercandone la verosimiglianza col reale, ma cogliendone gli aspetti allegorici sviluppatisi nel contrasto tra soggetti e oggetti; non è tanto un’opera di valore storico, quanto di forte stimolo filosofico per il riconoscimento di valori universali in rapporto alla vita e alla morte, all’organico e all’inanimato. Tale pièce rappresenta lo stravolgimento del dramma e della società borghese, i cui modelli vengono demoliti con caustico cinismo. Similmente a quanto accade nel teatro del grottesco, Pirandello sostituisce ai personaggi delle marionette (notevole, ad esempio, il caso della fisionomia del dottor Spiga, influenzata in maniera diretta dal forte ascendente della commedia dell’arte). E’ nella parte che l'individuo diventa personaggio: più essa è rigida, più l'uomo si allontana dalla verità, dalla realtà, dalla normalità. Nella collettività l'unico modo per evitare l'isolamento è la consapevole, se pur non rassegnata, accettazione della maschera. Se la “marionetta”decide di chiamarsi fuori dal gioco, inevitabilmente viene rifiutata, non può più trovare posto nella società ufficiale dei “sani”.

ATTO II /SCENA IX LEONE…...( i sentimenti) io li afferro, li domo, li inchiodo…. Io che pure sono il domatore, poi rido di me perché mi vedo come tale in questa parte che mi sono imposto verso i sentimenti… Qualche volta mi verrebbe voglia di farmi sbranare da una di quelle belve… …perché, credi: è tutto un giuoco. Questo sarebbe l’ultimo e toglierebbe il gusto di tutti gli altri…

La simbologia del domatore, ad esempio, è una profonda metafora di vita e di morte: se Leone si arrendesse alle belve (ossia al gioco dell’esistenza) una parte di lui verrebbe travolta e smetterebbe di esistere. Accettandosi egli, invece, come domatore (ovvero come personaggio) può sfidare, con estrema lucidità dalla sua, l’intero sistema sclerotizzato e domarlo. Poter osservare dall’esterno il gioco delle parti è, non solo una vera soddisfazione alla quale dovrebbe rinunciare una volta coinvolto, ma soprattutto un prezioso vantaggio sulle altre marionette, intente ad intessere tranelli ormai vanificati. Leone doma se stesso e i propri sentimenti, svuotando la vita del proprio interno, rendendola un giocattolo “addomesticato”. Mentre il fantoccio dell’amante troverà la morte, Silia e Leone, che a loro modo tentano di condizionare gli eventi, riprenderanno a vivere nella propria infelicità. Tuttavia Leone, che si crede tanto lucido da poter anticipare ogni mossa, è colui che subisce lo smacco peggiore. Illusosi di poter avere la meglio sulla ragione, la sua ricerca esistenziale e filosofica si trasforma, al termine, in una rovinosa caduta nell’abisso dell’inconsistenza e della vana vendetta.

5. Il gioco meta-teatrale

ATTO III /SCENA III LEONE tutto questo è normalissimo caro. Perfettamente secondo il giuoco delle parti. Io la mia, lui la sua….

Proprio come quando Silia nel suo folle progetto di assassinio si finge la prostituta Pepita, più di una volta ricorre nel testo un’evidente dimensione meta-teatrale: i personaggi-persona, nel loro complesso sviluppo, interpretano coscientemente altri ruoli sperando che li aiutino a liberarsi dall’oppressione delle maschere, che li consacrino entità realmente viventi. Quello di Silia è un gioco teso alla morte, ma anche di profondo eros (un eros represso da tempo che riesce a scatenarsi solo nel cosciente gioco sadico dell’intelletto).Ogni personaggio vorrebbe che nulla potesse sfuggire al caso, ed è per questo che accentra consapevolmente su di sé diverse parti, sovrapponendo ruoli secondari a quelli fondamentali. Il teatro mostra se stesso rinunciando ad un tempo del tutto lineare a favore della digressione, mostra anche aspetti “antiestetici” della realtà, come la conflittualità e la disorganicità degli elementi. Lo stesso Leone lavora in funzione degli altri nascondendo con cura ogni possibile indizio del suo progetto; tramite la sua azione (o meglio, la sua non-azione) collabora alla creazione del dramma mostrandone l’intenzione educativa.

ATTO III /SCENA III LEONE…Ah! Avete creduto di giocarvi ME, la mia vita? Avete fallito il colpo, cari miei: Io ho giocato voi!

L’intero intreccio si sviluppa seguendo la traiettoria di un intenso climax ascendente, il quale culmina proprio nel crudo rovesciamento delle aspettative. Leone rivendica con rancore che sia riconosciuta dalla società la coerenza del suo agire, giustizia di cui egli stesso non è più cosi convinto… Viene perciò definitivamente a mancare la mimesi con il reale, e la situazione assume un valore puramente ideologico, se pur indiscutibilmente irrazionale. La vita di Venanzi, è la moneta di scambio con cui il marito ufficiale vuole riconquistare la propria libertà psichica, l’accettazione degli altri. Benché a caro prezzo... Lo sconcerto dei presenti, infatti, è anticipazione di un nuovo rifiuto nei suoi confronti. Tale paradosso, di sapore grottesco, fa di Leone l’emblema del personaggio epico, eroe e vittima (allo stesso tempo) di una vicenda da lui stesso imbastita. Nell’arguta conclusione di questo gioco umoristico, egli si rivela, di conseguenza, portatore e specchio dell’ideologia, della passionalità e del pensiero esistenziale dell’autore, il quale chiaramente si sente schiacciato da un sistema che soffoca ogni suo slancio critico, oppresso da una società culturale non in grado ( purtroppo, in parte, ancora oggi) di comprendere a pieno la sua geniale creatività.

FONTI:

-“Quando si è capito il giuoco” (L.Pirandello 1913).

-“Il giuoco delle parti” (L.Pirandello 1918)

-“Il teatro del novecento da Pirandello a Fo” ( F.Angelini 1976)

-“Il trionfo dello specchio” (B.Alfonzetti 1984)

-“Introduzione generale alla poetica di Luigi Pirandello” (G.Bonghi 1998).

-“Luigi Pirandello, una vita da autore” (F.Samaritani 2001)

Autore: EVE Categoria: ALL MY CRACY WORDS Letto 50x volte lunedì, 29.05.06 10:28:40 Permalink Punti "Karma": 1. Ti piace questo articolo? [SI/NO]

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